Il r i t m o d e l l a c a t e c h e s i
Impariamo dai campi
Nel nostro mondo tutto tende ad accelerare e noi ci sentiamo presi in questo movimento, che ha evidentemente tanti aspetti positivi; basterebbe pensare alle tante possibilità che offre alle comunicazioni e ai rapporti. Ma tuttavia c'è un campo che sfugge a questa che sembra essere una legge generale: la campagna, con la sua vegetazione.
Se, in autunno, guardate le zolle di un campo arato,dentro di voi potete immaginarlo tutto coperto di spighe, ma per averlo realmente davanti agli occhi, dovete aspettare che passi l'inverno,con il suo lavorio misterioso e invisibile, e poi scrutare nel cielo i segni della primavera e dell'estate. Solo allora potremo avere i campi biondeggianti e la farina necessaria per il nostro pane. Anche una piccola pianta sul davanzale della finestra ci insegna la stessa lezione; mi piacerebbe vederle tutte fiorite le mie piante, ma: "Non è la stagione" , mi dicono. Bisogna aspettare.
Il ritmo della natura non si è accelerato; le quattro stagioni riempiono ancora tutto il giro dell'anno.
La vegetazione mostra una saggezza, che dovremmo saper riconoscere anche nel campo umano e in particolare in quello dell'educazione. E quando dico "educazione", intendo quell'opera che dobbiamo svolgere sugli altri e - in particolar modo - su noi stessi.
Quando si comincia a prendere una certa prospettiva nella vita, ci si accorge che certi punti, a cui ci sembra di essere arrivati oggi, trovano le loro radici molto lontano nel tempo; possiamo riconoscerne il lento fermentare in tappe successive della nostra vita, riandando anche molto indietro. Avremmo potuto accelerare questo paziente lavorio? No; il risultato ce lo troviamo davanti come un miracolo improvviso, allo stesso modo con cui ci sembra che, quasi da un momento all'altro, si sia acceso sui campo l'oro della messe. Ma quanto lavorio segreto lo ha preceduto!
A me sembra che i segreti più grandi del nostro mondo siano nascosti - o piuttosto rivelati? - nel quotidiano della vita, in quei fenomeni che, per essere appunto quotidiani, rischiano di sfuggire alla nostra attenzione. Le parabole del seme di senapa, del lievito, del seme di grano che, caduto in terra, porta molto frutto, non ci indicano forse gli aspetti fondamentali della vita, invitandoci a fermare lo sguardo su fenomeni, apparentemente banali, che ci stanno costantemente davanti? Ma per vederli abbiamo bisogno di tempo. Non basta uno sguardo fugace per vedere nel seme di senapa il mistero della Vita, che si realizza, passando da un meno a un più.
Ci sono persone, che, nel nostro lavoro di catechesi, vorrebbero accelerare i tempi, abbreviare i periodi di preparazione sia personale che del materiale. In questi casi il desiderio di arrivare più presto possibile a trasmettere quanto si è ricevuto è un cattivo consigliere.
Certo che condensare in breve tempo gli aiuti offerti per la formazione, o ordinare a una fabbrica o a un artigiano più copie di un materiale necessario, che poi potremmo diffondere, semplificherebbe il lavoro di molti. Ma ci sarebbe un vero vantaggio per noi e per i bambini con cui lavoriamo? Non impediremmo in noi stessi quel lento lavorio, che ci viene conducendo pian piano a renderci conto che una "vegetazione" misteriosa sta compiendosi in noi, i cui risultati scopriamo a un certo momento con la sorpresa e la gioia che si prova davanti a un dono?
Il ritornare, nei nostri incontri, sugli stessi argomenti e vederli come allargarsi davanti a noi, conducendoci sempre più nel profondo, man mano che diventiamo capaci di concentrarci sul loro punto più essenziale, ci mette davanti alla semplicità delle cose grandi - quella semplicità di fronte alla quale ci sentiamo smarriti e attratti nello stesso tempo, perché ci fa toccare con mano come "il semplice" non abbia confini. Ma perché il "semplice" ci sveli i suoi segreti, abbiamo bisogno di tempo.
Il tempo passato con le nostre seghette, i nostri aghi da ricamo, i colori per realizzare un lavoro (che non sempre appare perfetto) non è forse per noi un tempo di meditazione tranquilla, in un giusto equilibrio tra cuore e mani? Certo un artigiano l'avrebbe fatto più bello di noi; ma noi non avremmo perduto un tesoro? E se, come spesso succede, i bambini ci chiedono: "Chi ha fatto questo materiale?" ci sentiamo più contenti quando dobbiamo rispondere loro: “Una fabbrica o un artigiano", o quando possiamo dire: "Questo materiale è tutt'altro che perfetto, ma l'ho fatto io insieme a..."? Vi è mai capitato che un bambino vi dicesse:" Quanto l'hai fatto brutto"? A noi non è mai capitato; eppure io sono un falegname molto mediocre e Gianna non dipingeva proprio al livello di Leonardo.
Sofia e Gianna