Penso che il seguente brano tratto dal libro di S. Cavalletti, capitolo 11. "Catechesi Antropologica" possa essere un contributo eccezionale al dibattito sulla crisi della Catechesi.
In base a una interpretazione di quella catechesi , che per l’attenzione all’uomo, è detta antropologica, il punto di partenza del lavoro catechetico va cercato
nell’esperienza quotidiana del catechizzando, risalendo da essa a Dio. Una catechesi che non fosse fondata sull’esperienza sarebbe astratta e disincarnata.Si insiste molto oggi , e a
ragione , sulla “fedeltà a Dio e all’uomo”.( Il rinnovamento della catechesi ). Secondo l’interpretazione corrente il riferimento all’uomo andrebbe cercato nelle esperienze della vita quotidiana.
E’ in esse che per lo più si cerca l’aggancio vitale della catechesi. Esempio noto di catechesi cosiddetta “esperienziale” è quella dovuta all’Azione Cattolica.Noi ci domandiamo innanzitutto:
l’incontro con la Parola di Dio, la meditazione, la preghiera sono di per sé stesse prive della carica sufficiente a costruire una esperienza? Per diventare vitali hanno
bisogno imprescindibile di ricevere la linfa da esperienze di carattere non direttamente religioso? Quei bambini che restano come incantati, assorti in ciò che hanno ascoltato e
vissutonella catechesi , che ne ritornano esprimendo anche a parole un loro stato d’animo fatto di pace , di serenità, quei bambini hanno o no fatto un’esperienza di vita? ( stiamo
parlando di bambini frequentanti la catechesi del Buon Pastore…)L’esperienza religiosa è necessariamente secondaria di fronte a quella non religiosa?Perché allora anche un bambino
abbandonato , che non ha sperimentato l’affetto dei genitori, incontrando il buon Pastore , può disegnare al centro del foglio un “qore felice” , il suo? Ma i nostri dubbi riguardo alla catechesi
antropologica, intesa come dipendente dall’esperienza quotidiana, vanno più in là. Ci domandiamo infatti se non sia la struttura fondamentale del bambino a dover essere presa come base e
punto di riferimento della necessaria “attenzione all’uomo”.Noi crediamo che tale indispensabile attenzione sia presente anche là dove si prende in considerazione non tanto la singola
esperienza, quanto piuttosto quello che abbiamo chiamato la struttura fondamentale di ogni età. Nel bambino c’è una configurazione psicologica che si pone a livello più profondo
di quanto egli possa aver vissuto, nel senso che ci sono delle esigenze vitali che restano vive nell’appagamento, ma che sono presenti- quasi una fame insoddisfatta – anche
quando non trovano la loro soddisfazione.Sono state osservate nei bambini di ogni fascia sociale, in Italia, in Africa, in America del Nord e del Sud , delle reazioni alle presentazioni
proprie della catechesi del buon Pastore costanti riassumibili in tre punti:- 1.un desiderio grande di continuare ad ascoltare certi temi e di continuare a lavorarvi per conto proprio;-2.
un senso profondo di pace serena, di incanto;- 3.alcuni temi diventano parte di loro, quasi li avessero sempre conosciuti; non si tratta di una conoscenza a carattere scolastico, che deriva da
uno sforzo intellettuale di apprendimento, ma appare come risultato di un atto vitale, per cui il bambino sembra aver recepito qualcosa che gli corrisponde profondamente e di cui ha bisogno
per costruire se stesso nell’armonia. Ricordate i “periodi sensitivi” della Montessori.
La differenza tra esperienza ed esigenza è molto grande. Agganciarsi a una esperienza significa toccare cose già vissute, in bene o in male, e che
quindi condizioneranno inevitabilmente ciò che cerchiamo di poggiare su di essa; significa trovare un campo già lavorato e talvolta già guastato dalla vita. Cercare di soddisfare
un’esigenza è invece appagare una sete, è nutrire una potenzialità. Quando cerchiamo di poggiare la catechesi sull’esperienza del bambino, ci troviamo talvolta già di fronte a un
fiore già appassito; se cerchiamo che la catechesi sia appagamento di esigenze, ci troviamo come di fronte a una bocca
avidamente spalancata. Noi crediamo che è al livello profondo dell’esigenza che dobbiamo servire la vita.Ci domandiamo se proprio nel fatto che la nostra catechesi è di questo
secondo tipo stia il segreto della “avidità” che abbiamo notato tante volte nel bambino, della prontezza con cui si impadronisce di certi elementi del messaggio cristiano, e anche
della gioia che egli costantemente ci ha fatto vedere nell’incontro con Dio. Nulla è più gratificante che l’appagamento di una esigenza vitale.Noi pensiamo
dunque che la situazione sia questa: nel bambino esistono certe esigenze di fondo; se il messaggio è presentato in modo tale da soddisfarle , il bambino se ne
impossessa in uno slancio vitale, ed è allora capace di riviverlo nella sua esperienza quotidiana.Quando l’esigenza di fondo del bambino è appagata, questo si riflette nei suoi rapporti e
nel suo modo di agire, ed egli unisce in una connessione semplice e spontanea il messaggio e la vita.Se la presentazione del catechista prescinde da agganci diretti darà luogo ad una
maggiore ricchezza di applicazioni, poiché qualsiasi riferimento specifico è limitante. E’ inoltre più rispettoso del bambino evitare di toccare in forma diretta corde affettive , di cui egli ha
tutto il diritto di essere geloso.Perché la catechesi sia un fatto di vita per il bambino, il catechista deve conoscere quali sono le esigenze delle singole età e
l’aspetto di Dio che corrisponde maggiormente ad esse.Diffusissima è l’immagine di Dio come Sposo; è l’aspetto di Dio che corrisponde alle esigenze dei ragazzi dopo i quindi
anni, ma non direbbe nulla a un bambino, che invece si presenta altamente reattivo alla figura del Buon Pastore.Crediamo urgente che i catechisti cerchino l’aspetto di Dio di cui i
bambini hanno bisogno.E’ evidente che una catechesi basata sulle esigenze del bambino segue un metodo forse più indiretto di quella basata sull’esperienza. Ci domandiamo tuttavia se nel campo
dello spirito sia mai possibile dare un aiuto diretto. Noi cerchiamo di nutrire con cibo religioso una certa “fame” del bambino; starà a lui poi sostanziare la sua
vita quotidiana di tale cibo. Noi forniamo in qualche modo gli strumenti che il bambino dovrà usare da sé ; noi usiamo un metodo che risponde all’inespressa richiesta del bambino:
”aiutami a fare da me”. Tratto liberamente da "Il potenziale religioso del bambino" di Sofia Cavalletti.